Cosa c’è dietro il ritorno di Lady Spread
Ma davvero quel meno 0,1 di pil misurato dall’Istat il 15 marzo scorso basta a spiegare uno spread tra Btp italiani e Bund tedeschi risalito in sei giorni di quasi 40 punti? Con il famigerato indice che ieri ha toccato quota 190 e questa mattina 200, mentre il 14 era a 153, la domanda è obbligata.
11 AGO 20

Ma davvero quel meno 0,1 di pil misurato dall’Istat il 15 marzo scorso basta a spiegare uno spread tra Btp italiani e Bund tedeschi risalito in sei giorni di quasi 40 punti? Con il famigerato indice che ieri ha toccato quota 190 e questa mattina 200, mentre il 14 era a 153, la domanda è obbligata. Perché un fenomeno analogo e inverso avremmo dovuto vederlo il 14 febbraio, quando venne certificata per il quarto trimestre 2013 la prima crescita dopo due anni e mezzo di recessione. Quel giorno inoltre l’agenzia di rating Moody’s migliorò l’outlook italiano da negativo a stabile, e Matteo Renzi ricevette l’incarico di formare il governo. Ebbene: nei sei giorni successivi lo spread scese sì, ma di tre punti, da 199,6 a 193,7.
Dunque è ancora vero (se lo è mai stato) che il “termometro della fiducia”, come viene pigramente definito, racconta ciò che di buono e cattivo un paese fa al proprio interno? Oppure c’è, specialmente ora, una forte componente finanziaria data dagli 800 miliardi di dollari che dalle economie emergenti si erano fiondati sui titoli dei paesi periferici dell’euro producendo la discesa di tutti gli spread, e che, dopo aver capitalizzato, si sono messi in stand-by? A sposare questa seconda ipotesi sono soprattutto gli interessati, le banche. Ieri Intesa Sanpaolo ha presentato un report che, analizzando un anno di crescita del settore manifatturiero, definisce ciò che accade “una correzione”, non l’inversione del trend, e prevede lo spread a 140 a fine anno. “Era sceso troppo in fretta – dice il capo economista Gregorio De Felice – e il calo del pil non è un dramma, né pregiudica una crescita che stimiamo tra lo 0,5 e lo 0,7”. Ipotesi che trova un primo parziale riscontro nel fatturato dell’industria, in aumento dello 0,3 per cento a marzo e del 2,8 su base annua: un dato già incorporato nel pil del primo trimestre, ma che segnala una tendenza al rialzo. Anche un’analisi di Nomura punta sia sulla bolla che si era creata sul mercato obbligazionario sia sulla “terra di mezzo” tra le mosse preparatorie per un rialzo dei tassi della Federal reserve americana e l’incertezza di ciò che farà a giugno la Banca centrale europea. Quando Mario Draghi ha annunciato altre misure-bazooka, ma senza chiarire il come e il quando. Lasciando spazio a una riduzione degli interessi (appoggiata stavolta dalla Bundesbank e considerata inefficace dagli operatori) ma anche, dopo l’estate, all’acquisto diretto di obbligazioni. In tutto ciò, osservano a Intesa, nelle war room della finanza da una parte capiscono che probabilmente l’euro si deprezzerà sul dollaro, dall’altra approfittano della prima occasione per incassare guadagni d’oro: chi tra il 2011 e il 2012 ha comprato Btp e altri titoli dell’Eurosud può oggi mettersi in tasca oltre il 40 per cento solo di capital gain. Dunque non c’entrerebbero nulla Renzi, l’economia reale e le riforme, dove pure l’Italia è in ritardo.
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Tuttavia non mancano gli analisti che preferiscono far discendere dallo spread alcuni messaggi “domestici”. Tra loro c’è per esempio Luca Ricolfi, sociologo dell’Università di Torino, editorialista della Stampa, acuto osservatore dell’economia e della politica, che invita però a non concentrarsi sul differenziale di rendimento tra titoli tedeschi e italiani. Piuttosto Ricolfi ha calcolato due diversi spread tra noi e gli altri paesi mediterranei: la media di Spagna, Portogallo e Grecia, e poi dei soli Spagna e Portogallo. “Quando il differenziale tra il rendimento sui titoli italiani e il rendimento medio dei due gruppi sarà pari a zero – dice Ricolfi al Foglio – allora saremo messi male come Spagna, Portogallo e Grecia”. E dalla primavera 2013, quando al governo esordiva Enrico Letta, questo differenziale sta diminuendo: segno che in Italia la flemma prevale sullo sprint riformatore. Lo scarto con Spagna, Portogallo e Grecia era pari a 336 punti nel gennaio 2013, mentre quello con Spagna e Portogallo era a 147; la settimana scorsa, invece, le forbici si erano ridotte rispettivamente a 135 punti (con Grecia, Spagna e Portogallo) e a 27 punti (con Spagna e Portogallo). Ricolfi non tiene conto dell’Irlanda, anch’essa passata per gli aiuti della Troika formata da Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, “in quanto paese serio, assimilabile ai più forti”. Dunque, se hanno ragione i pessimisti, questo spread – ben più significativo di quello con i Bund tedeschi che monopolizza il discorso pubblico – è quasi del tutto colpa nostra. Anche di Renzi. Madrid e Lisbona – farebbero notare altri in risposta – saranno state pure più coraggiose di Roma, specie sul mercato del lavoro, e la loro ripresa sarà oggi più brillante: partendo però da un tonfo che nel 2012 fu di cinque punti tra tutte e due. E con disoccupazione ancora oggi doppia rispetto a quella italiana. Senza contare la Francia: zero riforme, disoccupati quasi come da noi, pil stagnante ma spread sotto quota 50. Grazie alla protezione degli investitori istituzionali tedeschi.